Manifesto

Lontano, lontano, nella galassia, un sistema solare con nove pianeti, il terzo dei rocciosi è azzurro e verde di acque e foreste. Unico fra i nove, per moltissimi anni luce di distanza a dritta e a manca nel cosmo, brulica di vita! In mezzo a questa vita, in una delle tante soglie dove sono indistinguibili la città e il suo rovescio, a via Raimondi, in questa porzione del quadrante est, nell’antica città di Roma, proprio in mezzo al Mar Mediterraneo, nell’emisfero settentrionale del pianeta Terra, un nuovo spazio comunitario apre al Pigneto.
“Vivèro – Luogo di Quartiere”
“Vivèro” perchè è vivaio di esperienze, di tentativi e fantasia, di una visione comune che da realtà è diventata sogno.
“Luogo di Quartiere” perchè è spazio collettivo di condivisione aperto alla popolazione del Pigneto. E Oltre. Una base materiale dove donne e uomini terrestri nel loro lungo viaggio nel cosmo, possano trovare un approdo sicuro, un rifugio certo, una base d’appoggio da cui ripartire dopo il ristoro durante il loro aspro cammino sui sentieri irti della liberazione. Un porto franco dove elaborare con tutte e tutti i dissidenti linguaggi, forme e regole su cui fondarsi, autonomamente, fra pari.
Dalle lotte latinoamericane per la difesa dell’acqua e della terra, a quello dei contadini e degli abitanti di quartiere, per far germinare nuove proposte per un vivere insieme fatto di rispetto e di lotta, di cambiamento e di proposte, di allegria e solidarietà.
Uno spazio nel quartiere, un seme nel terreno fertile.
Un luogo dello spirito che nasce dagli incontri tra differenti percorsi di singole individualità e gruppi già strutturati, che hanno a cuore l’autodeterminazione in tutte le sue declinazioni, a partire da ciò che si mangia e come viene prodotto, dal come ci si muove – perchè e con quali margini di libertà – dentro e fuori la metropoli.
E’ un ritrovo di persone che discutono come ci si educa insieme alla vita comune e alla gestione di spazi e mezzi di produzione collettivi, che usano molto del loro tempo per acquisire i saperi critici utili a rovesciare il mondo e a capire insieme qual è il modo per mettere ciascuno nella condizione di fare del proprio talento una libera e appagante attività per sé e di aiuto agli altri.
Uno spazio di incontri tra donne e uomini che, con diversi accenti e posizionamenti, condividono il dibattito sulla necessità di liberarsi dal lavoro e agiscono secondo il senso e le pratiche del prendersi cura di sé, della comunità, dei luoghi dell’esistenza collettiva.
Insieme con i contadini e le contadine del collettivo TerraTerra, le compagne e i compagni della Comune del Crocicchio, Enoize e Yaku
Insieme a loro Abbiamo dato vita alla pratica dell’uso comune di una piazza di città, alla riflessione sulla necessità di autorganizzarci in filiere di co-produttori, di organizzare i nostri sbocchi urbani per la distribuzione dei prodotti genuini, di articolare nodi autonomi e reti sociali tra città e campagna.
All’interno del “Vivero” vogliamo interscambiare esperienze tra i movimenti dell’America Latina, delle comunità resistenti della Colombia, del protagonismo delle donne per l’equità sociale e di genere, per la difesa dell’autonomia e degli ecositemi. Perché l’acqua sia bene comune per tutte e tutti. Un percorso strategico tutto da sviluppare.
Una forma di vita che sabota e abbandona la metropoli abitandola. Un piano di consistenza che è già un territorio resistente che avanza dotandosi di una nuova infrastruttura territoriale. Questo spazio, in tutto il suo significato politico è il frutto di questi anni di condivisione, intenti, costruzione collettiva della buona vita.
Il nostro quartiere
Una volta periferia lontana dal centro, a vocazione artigiana, abitato in larghissima misura da ceti popolari, e dal 1929 con l’impianto industriale della Cisa viscosa, poi Snia, anche da un numero consistente di immigrati da varie zone economicamente depresse dell’Italia di allora. Demograficamente implementato con le deportazioni dal centro degli abitanti dei rioni storici, sbancati per far posto all’asse dei fori imperiali e della via del mare che allora cominciava sotto al campidoglio, in quella vertigine di autoesaltazione mortifera che è stato, che è il fascismo, si è andato via via caratterizzando come quartiere proletario. Nel corso degli ultimi settant’anni ha dato non poco filo da torcere ai poteri costituiti; associandosi, resistendo, contrattaccando, esaurendosi sotto la spinta della speculazione immobiliare e commerciale, dell’eroina, del riformismo, sempre più inarrestabili.
Questo è stato nel secolo breve, ormai concluso da vent’anni e più.
Sfrattato, sradicato, allontanato per far posto al nuovo, al moderno, alla merce, il residuo marginale di questo proletariato, sottoposto in pochi anni agli effetti brutalizzanti del turbine chiamato gentrificazione, stravolto da una trasformazione strutturale dello spazio urbano, affiancato e sostituito dal nuovo precariato metropolitano – studenti fuorisede italici o forestieri, un numero sorprendente di consumatori senza reddito, un numero meno sorprendente, evidentemente giustificato dalle condizioni contrattuali degli anni in corso e a venire, di lavoratori a basso reddito e di lavoratori poveri, un numero via via crescente di vicini asiatici e africani: forza lavoro immigrata a cui è riservata la forma di vita più difficile, appesa al ricatto quotidiano di un documento, affinchè sia sempre disponibile e a basso costo sul mercato.
E un fiume di partite iva con cui il fisco legittima il sistema rinnovato del lavoro a cottimo, perennemente inseguite dalle ingiunzioni di pagamento dell’agenzia delle entrate riscossioni. C’è anche una borghesia istruita e scolarizzata, orientata ideologicamente a un imbelle liberalismo di sinistra, in crisi esistenziale e politica, arrotolata sui suoi totem e sui suoi santini, illusa nel culto del dialogo con le istituzioni, agitata dalla smania cittadinista e modernizzatrice. Prima cliente e più vera consumatrice dell’eventificio quotidiano della città, perchè ha i mezzi per poterselo permettere quotidianamente, essa opera, secondo una coazione a ripetere, continui transfers su tutti, vivendo in uno stato di senso di colpa permanente e di una perenne lamentazione vittimistica, aspettando che appaia come il messia, sempre una nuova icona da cavalcare, sempre nella legalità costituzionale eretta a paradigma del riformismo.
Nel panorama desolante della catastrofe metropolitana, non mancano certo psicosi di ogni genere, immanenti al corpo sociale, massiccio abuso di sostanze stupefacenti, alcolismo diffuso, risse, accoltellamenti, esclusi ed emarginati, al fondo, nel punto di degrado di questa lista, ci sono i più biechi tentativi di “riqualificazione urbana” e gentrificazione. E da dentro questo ventre di discordie, di incontri, guerre di mondi, incomprensioni, immaginari differenti, origini e lingue antipodiche, condivisioni e rotture – per quanto disgregato, sbrindellato e decomposto come altrove, per quanto incurvato sotto il peso della quotidiana guerra tra fratelli e sorelle, gli uni contro gli altri armati – un tessuto affettivo è emerso.
Un legame sociale che ha garantito spazi di solidarietà e campi di possibilità individuali e collettivi, che ha faticosamente dato vita a varie e differenti forme dell’agire sociale, che rappresenta una rigidità rispetto agli interessi speculativi. Sperimentando forme di liberazione, riarticolando il conflitto sociale sui differenti mille piani della vita individuale e collettiva, con tutto il suo portato di contraddizioni da esplorare, da affrontare, da sciogliere, da disvelare, vivendoci dentro, immersi, “indigeni nella metropoli”.
Nell’epoca della metropoli globale
Ogni posto del mondo svolge la sua funzione ai fini del profitto. Così i territori, un tempo luoghi di esistenza di forme di vita molteplici , vengono incorporati e inquadrati, a prescindere dalle loro peculiari specificità storiche e orografiche, nel nuovo assetto economico mondiale, secondo criteri astratti che sovradeterminano l’istituzione di un habitat omogeneo . Per la vita non c’è più posto.
Di un quartiere gentrificato in una grande metropoli abbiamo già detto, ma cosa accade al di fuori del périurbain?
Fuori dall’area metropolitana
Nelle selve tropicali e sulle montagne, sotto ai mari nelle dorsali oceaniche, fino ai più remoti confini del Nord polare, si estraggono risorse. Si inquinano le fonti dell’esistenza, si sottomettono le popolazioni. Si sacrificano territori insieme alle loro specifiche culture e diversità, la loro vocazione agricola, azzerandone i rapporti sociali, per lasciar posto alle monocolture intensive al servizio dei colossi industriali dell’agrobusiness.
Dovunque ci siano risorse valorizzabili lo schema sembrerebbe ripetersi, a prescindere dalle varie forme che di volta in volta si trova ad assumere a seconda delle evenienze e degli interessi rappresentati.
In vari e differenti modi, a cavallo tra sfera legale e quella illegale, comunque sempre in modo illegittimo, corrompendo con denaro o accessi privilegiati, quando non basta minacciando e usando violenza, frequentemente appoggiati dalle classi dirigenti locali, difesi dalle forze poliziesche, i grandi interessi economici, al riparo dell’ordinamento giuridico in ogni dove, sotto l’ala protettrice dei governi e degli organismi internazionali, modellano i territori a loro piacimento. Il loro obiettivo è un territorio liscio, senza asperità ne colli di bottiglia, dove informazione, merce, denaro e forza lavoro possano scorrere fluidamente senza ostacoli. Dove la vita è spoglia di ogni sua prerogativa politica e in balia di un potere che la prende in carico rendendola immediatamente uccidibile.
Come una Hydra dicono gli zapatisti.
La GDO, attraverso le grandi opere che usa come propria infrastruttura logistica, ne è la forza motrice.
Lo Stato è lo strumento della controinsurrezione preventiva, attraverso le sue istituzioni persegue il suo obiettivo secondo il modello del quadrillage: ad ogni individuo il suo posto e in ogni posto il suo individuo, evitare le distribuzioni a gruppi, scomporre le strutture collettive.
Il governo è lo stato di eccezione permanente e la sua politica è la prosecuzione della guerra civile delle classi dirigenti contro le popolazioni, il campo di battaglia sono i corpi delle persone.
La lotta dunque, in qualsiasi parte del mondo è una.
C’è bisogno di liberarsi, oggi più che mai, tutte e tutti, dal patriarcato e dal sistema della merce, dalla forma di vita fascista del consumatore e dalla democrazia della società dello spettacolo, dal senso del possesso e dal culto della proprietà, dal mito del progresso e dal lavoro salariato, dal sovranismo che è il nazismo 3.0 e dalle ideologie transumaniste che ci vorrebbe ingranaggio o meglio applicazione della macchina tecnoscientifica, soli, senza più mondo e privi di corpo e sensi, errabondi nella sfera virtuale, in una illimitata corsa alla perfettibilità……del nulla.
È per tutti questi motivi insieme che nasce uno spazio in un quartiere.

Se la vita é l’obiettivo della governamentalità, rendere ingovernabile la vita, riappropriandosene, è l’obiettivo di ciascun rivoluzionario del pianeta Terra.